venerdì, 03 agosto 2007

Questa è l’unica vera democrazia: il mercato. Qui c’è la tua domanda; qui c’è la mia offerta. Sei tu, sei tu a scegliere il prodotto migliore, a decidere cosa deve essere comprato e cosa deve restare invenduto. Cerca la cosa più conveniente, confronta la qualità e il prezzo, prendi ciò che puoi permetterti.

Questa è la tua vita: anche tu sei un prodotto, trova una buona strategia di marketing e nulla andrà storto.

Questo è il tuo voto, la tua decisione: scegli la tua merce, compara le confezioni, vedi chi ti fa risparmiare, chi ti sembra più convincente, chi sa vendersi meglio: anche qui in fin dei conti si tratta di prodotti, in genere della stessa qualità, tendente al basso.

Poi, per quando ne hai voglia, trovi in vendita tutti gli atteggiamenti e tutte le emozioni; tutti i linguaggi e tutte le ragioni.

Se un bene fosse comune sarebbe come vivere in uno stato autoritario governato da un partito unico. Lascia che sia chi investe ad erogarti il servizio, tu scegli la tariffa, guarda le pubblicità, impara le offerte disponibili.

Bisogna essere competitivi. Il lavoro deve costare poco. Probabilmente sarai pagato meno, sarai pagato male, bisogna che quando occorre tu vada via senza complimenti.

Si diceva “produci, consuma, crepa”: sbagliato, produci e consuma, ma non crepare mai. Non crepare mai: la vita deve diventare più lunga e così resterai a lavoro fino a dopo i sessant’anni.

Ma sii rilassato quello che guadagni lo puoi spendere sempre più e sempre meglio. Del resto tu non sei ciò che hai, sei ciò che compri. Sei un cittadino consumatore: non devi avere garanzie, ma solo la garanzia che dura due anni se conservi lo scontrino. Non devi volere diritti, ma solo tutela della qualità: non chiedere di non essere licenziato, chiedi che licenzino l’impiegato che ti fa aspettare troppo. Non preoccuparti di come vivrai: la concorrenza fa abbassare i prezzi, l'innovazione moltiplica le possibilità, il mercato aumenta la varietà. 

Perciò riempi la casa di prodotti usa e getta, tanto alla fine sei usa e getta anche tu.   

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domenica, 15 aprile 2007

Ci sono fate sciocche e impertinenti che ti fanno vivere ancora come uno studente, anche se hai quasi trent’anni e dovresti badare a te, malgrado tutto. 

Ci sono case che condividi con la gente che ritrovi: un tecnico informatico leggermente paranoico, l’infermiera part-time o uno studente di scienze delle comunicazioni che vorrebbe diventare come Enrico Ment*na. Il frigo quasi vuoto con due mozzarelle comprate al discount e verdura improponibile è un piccolo vezzo da artisti bohémien, e infatti la musicista della singola con gatto era anche carina, malgrado tutto.

Ci sono posti dove andare a sbattere, porte aperte, porte chiuse e porte da aprire. Muri, frontiere e recinti che la gente normale non vede e qualcuno chiama opportunità, malgrado tutto.

E poi ci sono vie, bus e linee della metro che portano nei posti più disparati la gente a lavorare. Tuo padre ha preso per una vita lo stesso tram, tu lo cambierai entro pochi mesi. Almeno non c’è noia, malgrado tutto.

 

E c’è la città di giorno: la sua aria non rende liberi e non hanno senso le sue strade, i suoi negozi, i suoi infiniti quartieri residenziali, i monumenti del centro, i palazzi di periferia, i capannoni dell’Ikea, il raccordo trafficato. Sono solo un mezzo invito al bisogno di autoconservarsi, malgrado tutto.

 

C’è la città di notte, come una sorta di liberazione, come una sorta di promessa, come una sorta di trascinarsi, per veder questo o quello, in luoghi convenuti, o in piazze da abitare. Si fanno progetti fugaci, che moriranno al mattino dopo, perché ti svegli presto (ora lavori tre mesi all’ufficio delle poste). E nella città di notte c’è un cinema d’essais con un tizio che ti chiede come si fa a non diventare matti a fare questa vita che ti obbliga a non essere un sogno (e va da se che è bello uscire dalla ragione degli altri e del denaro, e vivere come i gigli nei campi, come diceva un poeta). Tu gli rispondi che c’è bisogno di molta lucidità per capire che il sogno te l’hanno strappato e non ci hai rinunciato tu. Ma matti si può sempre diventare, alla fine così un posto forse lo trovi, malgrado tutto.


E c’è sempre qualcosa che si sottrae alla sottrazione, e così si gioca a rimpiattino, a giocare e lottare, a trovare la felicità negli interstizi, aprendo porte, abbattendo muri o sbattendo contro muri..
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categoria:la citta e la metropoli
giovedì, 01 febbraio 2007

E mi ricordo infatti un pomeriggio triste/ io, col mio amico Culo di Gomma, famoso meccanico/sul ciglio di una strada a contemplare l'America/ diminuzione dei cavalli, aumento dell'ottimismo/Mi presentarono i miei cinquant'anni/ e un contratto col circo "Pace e bene" a girare l'Europa

(F. De Gregori, Bufalo Bill, 1976)

 

 

Mi hanno messo al mondo nella fase calante del secolo XX, alla periferia di rivoluzioni e reazioni, poco prima che il "movimento reale che abolisce le cose presenti" cedesse il passo all’anelito per un altro mondo possibile.

E io sono figlio del reale e del possibile. Sono figlio di Moro e Berlinguer. Di operai socialisti – a loro volta figli di contadini, quando invece delle acciaierie c'erano campi e barche di pescatori – e di borghesi democristiani. E non ho avuto la fortuna di nascere tra i monti, crescere con poca gente e molti cavalli, e arrivare vergine in città a scoprire il mondo: sono nato in città con molta gente, nessun cavallo che non fosse in un motore o all’ippodromo, e “Quelli della notte” in tv. Ma ho fatto in tempo ad avere memoria di un pezzo di anni '80, o meglio qualche sentore infantile, qualche immagine aurorale. Ed è per questo che quando vedo certi revival organizzati da MTV, trattengo appena un certo voltastomaco.

Quando ero piccolo, i ragazzi del '68 e i loro fratelli minori erano i grandi che la sera restavano svegli quando io andavo malvolentieri a dormire. Li sentivo parlare di politica e di un tizio che aveva molte tv private, ottenute forse grazie all'aiuto di un potente. Io non capivo niente dei loro discorsi (e magari non ne capisco niente neanche ora) ma vedevo questi adulti un po' spaesati. E mano a mano che passava il tempo il loro spaesamento non faceva che aumentare.

Mi era stato spiegato che c'era un muro a Berlino – dove viveva l’amica di famiglia che aveva passato le vacanze al mare con noi – che era stato abbattuto, così ora tutti potevano andare dove gli pareva in città. Quando ero già alle elementari mi sembra che fosse successo qualcosa di grosso in Russia, i grandi erano emozionati, ma io ero tranquillo: qualcuno mi aveva raccontato che non ci sarebbero state più guerre.

Invece cominciò un periodo in cui le maestre a scuola non facevano altro che mostrarci sulla carta geografica i posti dove scoppiavano nuove guerre: una contro un signore cattivissimo coi baffi, che veniva sconfitto dai aerei da guerra tanto belli che sembravano usciti da un telefilm; un'altra di cui non capivo niente se non che tutti erano contro tutti; e altre a seguire in Russia, in Africa.. E poi anche da noi le cose andavano male, i giudici accusavano i politici, i mafiosi ammazzavano i giudici con le bombe, i miei guardavano un programma chiamato Samarcanda con un presentatore incazzoso che a me non andava molto giù.

Quando stavo per finire le scuole elementari successe che il signore che aveva tutte le televisioni private vinse le elezioni. I grandi c’erano rimasti abbastanza male. Gli sembrava di non capire più nulla, che il mondo stesse andando allegramente a puttane. Qualcuno di loro pensava che a sbagliare tutto era stato lui, e adesso andava in giro a dire un gran bene di quelli di cui aveva detto un gran male prima. Non sarebbe durata a lungo in ogni caso..

Io stavo crescendo, i grandi avevano cambiato parole: si parlava di rendere il paese normale, di modernità, di riforme. Non esisteva più nessun paradiso da cercare dopo la storia, perché a quanto pare la storia era finita prima che il paradiso arrivasse.

Ma anche se la storia era finita, il tempo continuava a scorrere e con lui molte cose cambiavano. Il mondo di quando ero bambino era diventato villaggio globale, si diceva; o Impero, avrebbero detto altri.

Io ero diventato grande, leggevo giornali, andavo al cinema, frequentavo le manifestazioni e i concerti rock dove c’era un sacco di bella gente. Incontravo qualche adulto interessante e molti ragazzi più o meno simili a me. Avevo imparato che non esistono paradisi sulla terra, ma anche che questa non è una buona ragione per accettare l’inferno.

E intanto ne succedevano ancora di cose: le piazze si riempivano e i manifestanti erano picchiati; il tipo delle televisioni rivinceva le elezioni; gli aerei abbattevano le torri e “nulla è più come prima”.

E i grandi di allora nel frattempo sono invecchiati, e alzano le spalle come reduci di una guerra che avevano creduto finita e che invece veniva continuata da quelli che in teoria avrebbero dovuto averla vinta. Io ho buona memoria, ma non posso sentirmi reduce di niente. Un po’ spaesato lo sono già, soprattutto orfano.

Orfano..

“Come gli anni miei”.

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categoria:manifesti
giovedì, 14 dicembre 2006

Circa un mese fa si è spento Mario Merola, il "padre" della sceneggiata napoletana; ed io, la notte dopo la sua morte, avevo per caso acceso il televisore all’inizio di "Sottovoce", il programma di Gigi Marzullo. L’ospite era proprio lui, un postumo Mario Merola. L’intervista iniziava con una domanda a bruciapelo: "Merola, come va la vita?"

Ho spalancato gli occhi di fronte a questa inaspettata immagine di aldilà: un'intervista con Marzullo "quando un giorno è appena finito e un nuovo giorno sta per cominciare". Ci sono, del resto, vari elementi in quel programma che potrebbero ricordare l'immaginario sul trapasso: il ripercorrere la propria vita a ritroso in modo soffuso e distaccato ("percorsi umani e professionali"); la solitudine dell'intervistato ("Quando si muore si muore soli" come cantava De André); la domanda finale che rimanda ad una sorta di drammatico e definitivo consuntivo ("si faccia una domanda, si dia una risposta").

“Sottovoce” non lo avevo mai visto sotto questa lente, e quella sera mi era rimasto un tarlo. Messi da parte Merola, Marzullo e la morte, pensavo al futuro a medio termine e i progetti e le possibilità per la vita.

"Si faccia una domanda, si dia una risposta"..

Così ero andato a letto, ma il mio sonno era leggero e ricordo di aver iniziato a dormire solo dopo un po' che mi ero disteso.

 

Sognai un possibile futuro. Avevo terminato l’università e lavoravo in una scuola completamente sgangherata e molto polverosa. L'aula in cui insegnavo era grande ma abbastanza buia, come una di quelle che avevo particolarmente odiato ai vecchissimi tempi del Ginnasio. Gli alunni non avevano volto, o avevano connotati deformati dai brufoli, dagli ormoni, dalle playstation e dalla stupidità pubblica e collettiva. Così facevo lezione con un misto di incredulità, rassegnazione e molto disinteresse, come se quel lavoro mi fosse capitato per coincidenza o errore.

Ero un insegnante precario, il tipico giovane docente senza né infamia né lode che dopo una lunghissima trafila aspetta anni ed anni per entrare in ruolo. Non si capiva neppure cosa insegnassi, probabilmente ero un supplente e così dovevo parlare senza avere nulla da dire.

La scuola era piena di figure strane e surreali, come la professoressa d'Italiano del mio liceo, che in età da pensione era rimasta zitella, non sapeva cucinare e viveva con cinque gatti; o il vecchio professore di Educazione Fisica, che si diceva facesse anche l'esattore delle tasse. Tra i personaggi del sogno c'era un tizio tra i cinquanta e i sessant'anni, con la faccia di chi la sa lunga e il maglione grigio e sporco da marinaio. Questo signore si aggirava nei corridoi polverosi e giallastri della scuola e mi diceva sempre “Lo so che tu volevi fare il cantautore, Sì, tanto lo so che tu volevi fare il cantautore”. Era il preside menefreghista di una scuola-azienda che stava andando a rotoli e in cui io ero l'ultimo arrivato, giovane e precario, senza un ruolo e senza nulla da insegnare a nessuno, senza domande da pormi né risposte da darmi..

 

La sveglia ha dissolto bruscamente la mia carriera da insegnante, per far iniziare una nuova giornata da studente di una generazione con poche prospettive. Con un certo senso di inutilità e fatalità, mi sono trascinato giù dal letto e sono andato a preparare il caffè.

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categoria:sogni intenti et ideali
sabato, 09 dicembre 2006

Con il viso appoggiato al palmo della mano e lo sguardo rivolto verso terra, era seduto su una panca di marmo in stazione, un mercoledì di pioggia.

Aveva detestato la guerra, ma amava il conflitto: perchè non sono mai esistite e non esisteranno mai guerre buone e nemmeno pulite, ma il conflitto è vita e la vita è sporca.

Passato da pochissimo il periodo in cui avrebbe mandato tutti a farsi fottere, appena dietro l'angolo ormai, se ne poteva ancora vedere l'ombra; dietro gli occhiali scuri qualcosa di ineffabile sfuggiva senza lasciare traccia. Una carta trascinata dal vento sulle pietre del marciapiede, sui sassi accanto ai binari.

Avrebbe dovuto imparare almeno un minimo di umiltà per poter chiedere davvero la libertà che aveva deciso di desiderare? Invece aveva incominciato ad andare, come era ovvio che fosse.  

Luoghi di plastica, luci intermittenti dell'eterna città, centri commerciali, filari d'alberi uguali e paralleli, le luci del Sobborgo, la terra liscia, la casa della festa, saluti, birre e mangiatori di fuoco. E il senso del mare che passa tra i vecchi palazzi sui muri scrostati e le strade senza alberi. Nessun luogo da cui tornare indietro, solo posti nuovi in cui di tanto in tanto sostare.

Girava quindi per le strade di prima mattina, con la pancia vuota e la testa assorta; e incontrava gente tutta uguale e comunque sempre diversa da coloro che aveva immaginato di trovare nel mondo. Allora si ripensava più giovane, seduto per terra con le dita sui baffi e ricordava che bisognava ancora andare da qualche parte. Ma era sempre più stanco; gli esiti dei suoi progetti si mostravano col tempo troppo diversi da come li aveva pensati. Così continuava a girare: il biglietto per arrivare in un posto in cui fermarsi non ha prezzo, con M***ercard.
”Sarà guerra comunque e dovunque si vada".

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categoria:il ragno di cartesio
venerdì, 17 novembre 2006

...Sia che sia, capita molto spesso che in giro per i canali di comunicazione compaiano espressioni e insiemi di parole anche banali che, a furia di essere ripetute, finiscono per sedimentarsi e risuonare nelle orecchie come quelle canzonette di cui - una volta sentito per caso il ritornello - non riesci a liberarti per un po’. Capita spesso, perciò, di dover andare alla pedante scoperta dell’ovvio, per uscire dalla malìa di questi tormentoni ripetuti tanto spesso da diventare – volutamente o meno – una sorta di senso comune mass-mediatico. Citerò un paio di queste espressioni sentite spesso nelle ultime settimane, mostrandone nascita, ascesa e declino. Non ho pretesa di ordine nè completezza, prendo giusto le prime che mi vengono in mente perchè recenti; ognuno poi può trovare le sue e farci caso.

 

Emergenza: riferita nelle ultime settimane alla città di Napoli, dava ogni volta la sensazione di uno stato insostenibile. Improvvisamente si sono moltiplicati gli spazi in cui si discuteva di tale emergenza; autorità, giornalisti e scrittori ne hanno parlato o straparlato, deprecato la cattiva sorte, eccetera. Vero è che la città ha degli enormi problemi: infatti si era parlato ancora di emergenza un paio di anni fa a causa dell’esplosione di una faida tra clan e di nuovo sul finire di quest’estate a causa di un boom della criminalità comune. In ogni caso, da qualche giorno sembra che la parola abbia perso la sua forza propulsiva: ieri credo siano state uccise due o tre persone, ma il telegiornale ne ha dato la notizia usando il termine "omicidio" o "agguato". Si vede che l’emergenza deve essere rientrata.

 

Invidia: la parola invidia era riferita da molti commentatori e personaggi politici ad alcune misure previste dalla legge finanziaria, che il governo sembra stia per varare. A scatenare le polemiche è innanzitutto il progetto tassare maggiormente la ricchezza. In particolare l’invidia sembrava trovare il suo apice nell’ipotesi di aumentare la tassa di possesso per i Suv, i fuoristrada che negli ultimi anni sono diventati uno status symbol. A me, che studio filosofia, il riferimento all'invidia ha colpito particolarmente perchè mi faceva tornare in mente Nietzsche e la sua idea che dietro la morale si celi il risentimento. Così, appena ho sentito questa storia delle tasse come frutto dell’invidia del povero contro il ricco me la sono segnata in testa e non mi andava più via, facendomi particolarmente incavolare. Mi veniva in mente la scena di un uomo in utilitaria che, guardando in cagnesco il Suv che gli ha rubato il parcheggio o gli ha tagliato la strada, gli fa un gestaccio e dice: “adesso voto Pr*di così te la farà pagare!”. Ad ogni modo, per non correre il rischio di sembrare una congrega di invidiosi, al governo hanno fatto cadere la proposta di tassare nello specifico i fuoristrada di lusso. Adesso pare che a pagare di più siano i possessori di vecchie auto, che come i Suv sono inquinanti, ma costano meno e non costituiscono simbolo di agiatezza. In ogni caso da un po' di giorni non sento più parlare dell'invidia e la destra sembra tornata alla sua consueta e più spiccia espressione per parlare di fisco: "mettere le mani nelle tasche degli Italiani".

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categoria:bere e affogare
lunedì, 06 novembre 2006

Si ricordi che è grazie a noi che lavoriamo dalla mattina alla sera che lei può fare l'artista

(citazione a memoria dal film "Il regista di matrimoni" di Marco Bellocchio)


Prima di lodare il sacrosanto diritto di ciascuno alla quiete, occorrerebbe chiedersi quale modello di città affiorerebbe se questa divenisse la priorità. Quale rapporto tra cittadini e non, tra "inclusi" ed "esclusi", tra "proprietari" e "consumatori”.

Non è solo un problema tra chi vuole dormire e chi disturba il sonno, tra l’operoso lavoro e la vacua, irridente, irritante festa di chi non ha mai nulla da fare e nessuna responsabilità. È il confronto di due concezioni diverse della socialità, dei tempi e degli spazi. La vita regolata dai tempi di lavoro, dai servizi pubblici, dagli eventi organizzati e dai costi dei vari biglietti, tende a non incrociare e non percepire esigenze e desideri che eccedono questo quadro. Cosa paradossale perché entrambi questi ambiti entrano in misura più o meno variabile nella nostra esistenza.     

Sono banale a ribadire queste cose, di cui si parla da mesi ed anni, forse da una generazione passata?

Il problema è che anche io ho sonno e voglia di dormire e domani devo alzarmi presto, ma mi viene in mente che quando si allenta la possibilità di comprendere e far coesistere i luoghi e i tempi diversi, quando un'esigenza diviene tanto preminente che occorre nascondere le altre sotto il tappeto, quando si cerca di mettere tutto in sicurezza, di rendere omogeneo l'eterogeneo, allora la società tende non alla semplice noia, ma ad un impercettibile suicidio. E così mi capita spesso di passare accanto ad un edificio di nuova costruzione che è letteralmente cinto da mura; e sopra le mura ci sono finte feritoie e a lato una scritta offre in vendita appartamenti di prestigio, quasi invisibili dietro il cancello. E poi le ridenti periferie residenziali – i piccoli mondi di palazzine e villette a schiera con box auto - separate da tutto per mezzo di un paio di svincoli di tangenziale; la divisione dello spazio urbano in zone; l’ossessione della sicurezza; il sogno del benessere esclusivo e l'egoismo che si maschera dietro l'idea della città sociale, modello d’eccellenza per i servizi pubblici.

Dopo anni in cui il benessere si è messo a scavare trincee intorno a sé, ci meraviglia se vecchi partigiani o i loro figli e nipoti temono gli immigrati? Se sentiamo persone che pur non avendo mai subito disavventure non amano uscire di sera perchè hanno sentito dire in tv che la città è pericolosa?    

E' per questo che, anche se ho sonno e voglio dormire e devo alzarmi presto, preferisco gli schiamazzi notturni e le bottiglie abbandonate, le osterie aperte a notte fonda, la strada e le piazze come luogo di incontri fortuiti e di relazioni improvvise, cariche di donne e uomini, di parole e simboli e non di pietre e valori e prezzi. 

Non dobbiamo lasciare solo il nostro spazio.

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categoria:la citta e la metropoli
martedì, 17 ottobre 2006

“La ragione hegeliana è come una persona che si specchia in una vetrina

riesce a riconoscersi, ma dietro il riflesso c’è qualcos’altro”.

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categoria:manifesti
martedì, 10 ottobre 2006

Sono molto emozionato..

 

Con il post sul settembre ognuna delle cinque categorie di questo Blog ha iniziato a parlare almeno una volta. Ora comincia il secondo giro e ciò avverrà attraverso il racconto di un sogno, che mi ha fatto visita all'inizio del mese.

 

In questo sogno, il mio amico Marco era triste ed arrabiato per la vacuità della vita qui nell'Occidente ricco.

"I bambini dell'Africa, i bambini dell'Africa" ripeteva come un mantra. E diceva che voleva partire, lasciare questa abbondanza che gli dava ai nervi e gli inculcava un sacco di desideri secondari, e andare dove davvero poteva rendersi utile. 

"Ma come, parti? - Gli dicevano - sei davvero sicuro di mollare tutto e di trasferirti in Africa? Non pensi a quello che lasci? Chi te lo fa fare? Eppoi puoi renderti utile anche qui".

Lui diceva "sarà...", però non riusciva più a godere della compagnia, del buon vino e di Bologna perchè pensava sempre ai dannati della terra.

"Mi hai rotto le palle, con questa storia", gli dissi di scatto un giorno. "Verrò anche io a prestare il mio servizio".

Finì che ci presentammo in un'associazione di volontariato. "Cosa sapete fare?" ci dissero. "Io studio filosofia" risposi. "Io faccio il DAMS" disse Marco.

Ci mandarono a prenderci cura di un ospedale in rovina, anche se non capivamo perchè, visto che nessuno di noi due era in grado di svolgere mansioni sanitarie. 

Dentro però non si prendevano cura dei malati. Nelle corsie e sulle barelle, infatti, c'erano solo vecchi oggetti abbandonati, inutilizzati, privi di funzione, distrattamente conservati in attesa che potessero tornare utili.

E così tra statue ormai prive della loro vecchia gloria, monete fuori corso che sembravano dire "Eh, quando c'ero io", quaderni con i pensieri delle elementari buttati via da ragazzi cresciuti, videogiochi del commodore e dell'amiga, scatole di orzoro, pacchi di barrette kinder con il vecchio bambino, libri che non interessano più, speranze malriposte e bottiglie di passato malriuscito, i volontari e il personale masticavano gingomme colorate a forma sferica tratte da vecchissimi distributori e fumavano sigarette nazionali del 1978.

Disorientati, tra quegli oggetti che non ci appartenevano, chiedevamo alle persone che erano lì cosa stessero facendo. E loro ci raccontavano dei loro nonni e dei nonni dei nonni..

 

Quando la sveglia ha suonato stavo andando all'aeroporto a bordo di una jeep per tornare a casa.. Alzandomi ho pensato a tutti i numeri delle persone che non sento più e che sono ancora in rubrica, ai vestiti di qualche anno fa che dovrei buttare, ai fogli di carta ancora attaccati alle pareti.

Mi sono detto che insistere troppo su vecchie memorie ed attenersi sempre al passato guardando indietro può far male.

 

Così questo post inaugura una serie di interventi che saranno tendenzialmente molto brevi e poco inclini a memorie e a considerazioni di tipo troppo personale (eccezion fatta per il Ragno di Cartesio, che come è noto della coscienza si nutre).   

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categoria:sogni intenti et ideali
sabato, 30 settembre 2006

L'acqua esce da un sottovaso sul balcone e bagna le mattonelle. Richiama pozzanghere per strada e ai lati dei marciapiedi, temporali futuri e autunno che sale, incipiente.

Ma – intanto - il cielo terso annuncia gli umori di fine estate come e più del presentatore delle previsioni del tempo: ci sarà sole su tutta Italia e le spiagge ancora piene di bagnanti. La luce trabocca sulle facciate dei palazzi, nei portici e tra le foglie che stanno per cadere. Sulle colline e sull’Appennino qualcosa nell’aria mi dà l’impressione che all’orizzonte ci siano il mare e i Balcani.  

 

In un momento di quieta riflessione, parcheggiato sull'erba, penso ai cicli del mondo e alle rette della vita, alle cose che ricominciano uguali e che invece non sono mai le stesse. Seguo la luce di settembre così come si è sedimentata - spessa e pesante – nel ricordo. Percorro la linea che unisce il tempo atmosferico, la noia e la memoria.

La geometria del Tempo e dei tempi.

 

Ci sono sottili malinconie che si manifestano sulla via che porta al centro della città, lasciata prima delle vacanze: nelle vecchie musiche, nella particolare conformazione delle ombre sulle pareti, tra persiane mezze abbassate e il suono della radio che viene sintonizzata.

Nella cadenza di chi passeggia si nota l'indolenza di chi deve ricominciare; quando escono dai portoni e sfiorano il soffio del vento, si sparpagliano e vanno dove devono andare.  

Particolari voci, rumori del traffico, incroci di vie, mi riportano alle prime volte che esploravo questi posti, quando sono venuto ad abitarli qualche anno fa. Metto via alcuni capi d'abbigliamento che sono invecchiati e che devo buttare; visito appartamenti che stanno per essere lasciati dai loro inquilini e osservo i loro pezzi che finiscono qua e là.

Ma in giro è come sempre, di questo mese, con i nuovi studenti che cercano casa, le ore dell'aperitivo con il ritrovo in piazza Verdi, i pomeriggi ancora lunghi.

Altri apparenti cicli, che in realtà sono rette. E io continuo a cercare memorie che vengano fuori da sé a chiamarmi, uscendo dagli interstizi, dai cortili dimenticati e dai bar che riaprono dopo le ferie.   

 

"Siamo lacune nell'essere che a stento si riescono a rattoppare".

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categoria:il ragno di cartesio